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LA CITTA' VECCHIA

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CHIESA E CONFRATERNITA DI S. MARIA DELLA PURITA’

La Congregazione intitolata a Maria Ss.ma della Purità risulta eretta tra il 1662 ed il 1665 sulle regole dettate dallo stesso Mons. Montoya con affiliati gli appartenenti al ceto dei “bastasi”, ossia gli scaricatori del porto. In quegli anni fu certamente realizzato l’attuale oratorio a navata unica, con cantoria in muratura sul controprospetto e nei cui sottarchi furono dipinti a fresco i quattro Evangelisti. Fu successivamente ampliata l’aula e costruito il nuovo altare marmoreo alla romana, con la cantoria a lato e l’organo.


L’intervento decorativo di numerosi artisti e maestranze fanno oggi di questo Oratorio confraternale il simbolo, con la Cattedrale, di un barocco alla gallipolina, che fu un modo di esprimersi nel contesto della più vasta e coinvolgente esperienza barocca salentina, esaltando ed apprezzando quei materiali alternativi alla pietra leccese, di maggiore e migliore praticabilità, quali furono gli intagli in legno, la decorazione pittorica, i marmi e le maioliche.Numerosi i dipinti realizzati dal murese Liborio Riccio tra il 1750 ed il 1773 tra cui la moltiplicazione dei pani e dei pesci, sul controprospetto, le 4 scene bibliche collocate sui fianchi della navata ed i 4 profeti maggiori che decorano i lati delle due cantorie sul presbiterio.

Sull’altare si ammira il bel dipinto della Madonna della Purità realizzato dal napoletano Luca Giordano sulla scorta  dell’omonimo dipinto di Louis de Morales, dal 1641 collocato nella Chiesa dei  Teatini di Napoli e che ebbe molte repliche, ad iniziare da quella realizzata da Alessandro Francesi per il tempio dei Teatini, in S.Andrea della Valle a Roma. Interessantissima la statuaria in legno ed in cartapesta tra cui le due settecentesche statue lignee del ‘700 della Madonna del Canneto e di S.Maria della Purità, quella in cartapesta di S.Cristina, realizzata dal de Lucrezis nel 1866, la statua della Madonna della Misericordia, della prima metà dell’800,  popolarmente detta della Desolata e che si usa portare processionalmente per le vie della città, all’alba del Sabato Santo con la bara del Cristo morto magnificamente decorata in oro zecchino. Questa processione è una delle più vissute dal popolo gallipolino e conclude il ciclo rituale della Settimana Santa.

Testi di : Elio Pindinelli

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